Forever Chemicals: la storia silenziosa di sostanze che non se ne vanno mai

C'è qualcosa di vagamente inquietante nell'idea che ogni essere umano sul pianeta, nessuno escluso, abbia nel sangue una famiglia di sostanze chimiche che non esistevano cent'anni fa. Non importa se vivete in una megalopoli o in un villaggio di montagna, se siete vegani o mangiate carne tre volte al giorno, se fate sport o sedete tutto il giorno su una sedia: i cosiddetti forever chemicals — in italiano, "le sostanze chimiche eterne" — sono già dentro di voi. La domanda che la scienza si sta ponendo con sempre maggiore urgenza è: e adesso?

PREVENZIONE

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school of fish in water
school of fish in water

Cosa sono, esattamente?

Sotto il termine "forever chemicals" si nasconde un universo di oltre 9.000 sostanze chimiche di sintesi, note con l'acronimo PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche). Il loro segreto, e al tempo stesso il loro dramma, risiede nel legame chimico tra atomi di carbonio e fluoro: uno dei legami più stabili che esistano in natura. Grazie a questa caratteristica, i PFAS resistono al calore, all'acqua, all'olio, ai microbi e praticamente a qualunque cosa provi a degradarli. Ecco perché, una volta rilasciati nell'ambiente, ci restano. Per decenni. Per secoli. Forse per sempre.

Accanto ai PFAS, ma con dinamiche parzialmente diverse, troviamo le microplastiche: frammenti di plastica inferiori ai 5 millimetri, e le ancor più piccole nanoplastiche, visibili solo al microscopio elettronico. Queste ultime sono il risultato della degradazione progressiva dei materiali plastici che abbiamo prodotto in quantità industriali a partire dagli anni '50. Non si tratta di qualcosa che "potrebbe arrivare": è già arrivato ovunque, dalla neve dell'Antartide alle profondità della Fossa delle Marianne.

Dove si nascondono (spoiler: ovunque)

La prima reazione di molte persone di fronte a questi dati è cercare di capire "da dove vengono". La risposta, scomoda quanto si vuole, è: da quasi tutto.

In cucina, la fonte più discussa sono le padelle antiaderenti rivestite di PTFE (il famoso Teflon), specie quando graffiate o surriscaldate. Ma anche le confezioni di fast food, i sacchetti per il microonde dei popcorn, le scatole della pizza usa-e-getta contengono frequentemente PFAS per resistere ai grassi. I PFAS sono talvolta utilizzati nei materiali monouso per l'imballaggio degli alimenti, come i sacchetti di popcorn per microonde, gli involucri dei fast food e le scatole della pizza, proprio per la loro capacità di resistere al grasso e all'olio.

Nel guardaroba, la situazione non è meno complessa. I PFAS, noti come forever chemicals perché praticamente indistruttibili, sono i protagonisti indiscussi del comparto dell'abbigliamento tecnico outdoor. Grazie al fortissimo legame tra atomi di carbonio e fluoro, queste sostanze offrono caratteristiche uniche come l'idrorepellenza, che permette all'acqua di scivolare via senza bagnare le fibre. Giacche impermeabili, scarpe waterproof, abbigliamento sportivo "tecnico", tute antivento: tutto ciò che ha la magica proprietà di non bagnarsi quasi certamente deve questa capacità ai PFAS.

E poi c'è il problema dell'acqua potabile e dell'aria domestica. La polvere domestica spesso agisce come una spugna per i ritardanti di fiamma e i PFAS presenti in tappeti e mobili. Respirare la propria casa, insomma, non è necessariamente un atto innocuo.

Cosa succede quando entrano nel corpo

Fino a qualche anno fa, si sapeva che i PFAS e le microplastiche si accumulavano nell'ambiente, ma c'era incertezza su quanto davvero entrassero nell'organismo umano e con quali effetti. Nel 2024, una serie di studi ha cambiato radicalmente il quadro.

Il più dirompente è apparso sul New England Journal of Medicine a marzo 2024. Le persone con microplastiche e nanoplastiche nelle placche che rivestono i vasi sanguigni del collo potrebbero avere un rischio più elevato di infarto, ictus o morte. Lo studio ha seguito 257 pazienti per una media di 34 mesi dopo un intervento chirurgico, trovando particelle di plastica nel tessuto arterioso di 150 di loro. I pazienti con placche ricche di plastica erano circa 4,5 volte più propensi a subire un infarto, un ictus o la morte rispetto a quelli senza particelle rilevabili.

Ma il viaggio delle microplastiche nel corpo umano non si ferma alle arterie. Dopo aver scoperto le particelle nei testicoli, nei reni, nel fegato, nella placenta e persino nel primo pannolino di un neonato, i ricercatori si sono concentrati sul cervello. L'anno scorso, un gruppo di studiosi dell'Università del New Mexico ha analizzato cervelli di cadaveri e ha scoperto che le microplastiche non solo attraversano la barriera emato-encefalica, ma si accumulano nel tessuto cerebrale. I campioni cerebrali di persone decedute nel 2024 contenevano concentrazioni significativamente più elevate di microplastiche rispetto ai campioni del 2016.

In questo studio, il tessuto cerebrale conteneva fino a 20 volte più plastica rispetto al fegato o ai reni. I cervelli di persone affette da demenza contenevano significativamente più plastica rispetto ai cervelli sani. Un dato che apre interrogativi importanti, anche se i ricercatori sottolineano che la demenza stessa potrebbe rendere il cervello più permeabile a queste particelle.

Sul fronte riproduttivo, uno studio del 2024 ha trovato microplastiche in ogni singolo campione di testicolo esaminato. E per quanto riguarda i PFAS, le prove attuali suggeriscono che l'esposizione a certe concentrazioni di PFAS possa portare a rischi per la salute tra cui diminuzione della fertilità, ritardi nello sviluppo nei bambini, aumento del rischio di cancro, perturbazione del sistema immunitario, interferenza con gli ormoni e aumento del rischio di obesità.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità si è espressa in modo netto: nel 2023, la sua valutazione ha concluso che esistevano prove sufficienti per classificare due dei PFAS più comuni — il PFOA e il PFOS — rispettivamente come cancerogeno e possibilmente cancerogeno per l'uomo, a causa dei loro effetti molecolari e, per il PFOA, del possibile legame con il cancro al rene e ai testicoli.

Sul piano molecolare, i meccanismi sono molteplici. I ricercatori dell'Università del Texas a El Paso hanno scoperto che le nanoplastiche e i PFAS sono capaci di "dissolvere" una regione delle proteine nota come elica alfa, convertendola in strutture chiamate fogli beta. Questa alterazione si verifica anche nelle proteine amiloidi, che possono causare neurodegenerazione se le sostanze sintetiche raggiungono il cervello.

Cosa possiamo fare, concretamente

La buona notizia — ed è una notizia vera, non una di quelle false rassicurazioni per far dormire tranquilli — è che piccoli cambiamenti nelle abitudini quotidiane possono ridurre sensibilmente l'esposizione. Non si tratta di eliminare il rischio a zero, cosa impossibile in un mondo già contaminato, ma di ridurre il carico tossico giornaliero in modo intelligente.

In cucina, la transizione più efficace è sostituire le padelle antiaderenti con alternative in ghisa, acciaio inossidabile o ceramica non rivestita. Evitare di scaldare il cibo in contenitori di plastica, anche quelli etichettati come "adatti al microonde". Ridurre l'uso di imballaggi plastici monouso, soprattutto quelli resistenti ai grassi. Per l'acqua da bere, l'utilizzo di un buon sistema di filtraggio, preferibilmente a osmosi inversa, può ridurre sensibilmente la presenza di microplastiche e di sostanze come BPA, PFAS e ftalati.

Nel guardaroba, la scelta dei materiali conta molto. È preferibile scegliere capi in fibre naturali come cotone e lino quando possibile, evitando l'acquisto di abbigliamento molto sintetico per i bambini, data la loro maggiore sensibilità in fase di sviluppo. È bene limitare i tessuti "antiodore" o "ad asciugatura rapida" che spesso contengono PFAS. Per ridurre l'esposizione, è possibile verificare se i marchi hanno rimosso i PFAS dai loro capi o evitare del tutto gli articoli antimacchia e impermeabili.

In casa, la qualità dell'aria e la pulizia regolare fanno la differenza. Una pulizia frequente con aspirapolvere dotati di filtri HEPA e l'uso di panni umidi può evitare che le particelle chimiche presenti in tappeti e mobili vengano inalate.

La prospettiva più ampia

C'è una tentazione comprensibile, di fronte a dati così scomodi, di consolarsi con la fatalistica considerazione che "ormai è ovunque, non possiamo farci nulla". Ma questa rinuncia sarebbe un errore, sia individuale che collettivo.

Gli scienziati affermano che possiamo ridurre la nostra esposizione alle microplastiche evitando plastiche monouso e imballaggi alimentari in plastica, tra le altre misure. E dal lato normativo, le pressioni stanno producendo risultati: a partire dal 1° gennaio 2025, la California vieta la produzione, la vendita e la distribuzione di prodotti tessili contenenti livelli di PFAS superiori a 100 parti per milione, con la previsione di ridurlo ulteriormente a 50 ppm nel 2027. L'Europa si sta muovendo in una direzione simile.

Forse la chiave per non sentirsi schiacciati da questo problema è cambiare prospettiva: non si tratta di vivere nella paranoia, ma di fare scelte più consapevoli ogni giorno. La padella in ghisa al posto di quella antiaderente, la borraccia in vetro al posto della bottiglia di plastica, la giacca in lana al posto di quella impermeabile sintetica quando non è strettamente necessaria.

I forever chemicals sono già qui. Ma la quantità che entriamo in contatto ogni giorno — questa, per fortuna, possiamo ancora decidere noi di ridurla.

Fonti principali: Marfella et al., "Microplastics and Nanoplastics in Atheromas and Cardiovascular Events", New England Journal of Medicine, 2024 | Nihart et al., "Bioaccumulation of Microplastics in Decedent Human Brains", Nature Medicine, 2025 | Hu et al., "Microplastic presence in dog and human testis", Toxicological Sciences, 2024 | WHO IARC Monographs on PFOA and PFOS, 2023 | University of Texas El Paso, Journal of the American Chemical Society e ACS Applied Materials and Interfaces, 2024 | University of Birmingham, Environmental Pollution, 2024